Epitaffi
Scrittrice di epitaffi sulle lapidi dei cimiteri
donna del disincanto
raccolgo pene di cuore e amoreggiamenti
in questo mondo ricoperto di polvere
E sono così brava
che ho un camposanto tutto mio
E’ una gioia a primavera
potare le roselline bianche e sfrondare la verbena
Dei fiori che colsi ne faccio corone
Di quelli che non colsi
poesie che poggio sulle lapidi
In ogni angolo della mia anima
c’è una lapide ad un Dio differente
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I vivi al mio paese …
i vivi al mio paese sono morti
li ho visti oggi con le spalle al sole
spingevano per entrare al cimitero.
il mio paese non c’è più
non ride e non sputa in faccia più a nessuno.
ci vorrebbero tre metri di neve
tremila cappotti sulle mie spalle
per sentire il peso di chi c’era
rancori urlati rabbia muta
i grandi giorni della cicuta.
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Deragliate 4
La Senzanome di Nina Maroccolo
Il treno deragliò.
Deragliamento a perdersi – come il suo, che intonando una canzone a episodi proclamava un “Ahi” onomatopeico di complessa interpretazione.
Così lamentò la senzanome:
“Sì, ch’io vorrei morire… Amore, la bella bocca del mio amato core.
Ahi, cara e dolce lingua, datemi tanto umore, che di dolcezza in questo sen m’estingua!” *
Incombeva la puzza nel retrotreno, l’odore stantio d’un molteplice atto urinario imploso da un’autografia senza bio-antisettico. Usare il germicida era troppo…
“Ahi, vita mia, a questo bianco seno deh, stringetemi fin ch’io venga meno.
Ahi bocca, ahi baci, ahi lingua, i’ torna’a dire sì, ch’io vorrei morire” *
… Contusioni, ossa incrinate, guasti mentali da emendare?
Quant’era bella la senzanome amorosa! E quell’“Ahi” magistralmente stonato, sembrava concederle un respiro celeste dal puro accento erotico. Reduce incandescenza tra ebbri umori memoriali, vita intima – intimamente annunciata senza pudore.
Arrivò l’autoambulanza, e una lettiga a forma di baldacchino.
“Dio, che odore… Guarda, sei pure incinta…”
“Oh! Ahi! M’uccide il duolo vostro, ahi!”
La senzanome fu portata all’ospedale, reparto neonatologia.
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Deragliate 3
Primo pezzo, di Mariastella Eisenberg
Poggiava il pezzetto di sapone sul bordo della carrozzina traboccante di buste dopo essersi strofinata vigorosamente, e si risciacquava alla fontanella della stazione: i gesti svelti non svelavano un centimetro di pelle, la indovinavi rotonda sotto l’ampia veste, e soda per i suoi capelli
tutti grigi stretti in un grosso nodo. “Ciao Maria!” la salutavano i ferrovieri passando, qualcuno le offriva una sigaretta, qualcuno dei biscotti; lei ringraziava timida, con un pudore antico che la strada non le aveva tolto.
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Bramosie di specchi
Specchio delle mie trame
sei cieco metallo
non vedrai mai il tuo volto,
freddo riflettore
di carni e marmi.
Sarai condannato a riflettere
noi. Persone mattiniere,
soprattutto donne al trucco,
uomini che barba, gente
che pensa a sé. Noi tramiamo,
tu a volte tremi, temendo
la sfortuna di infrangerti.
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Continuità
Forse quanto è possibile è accaduto,
ma da te si rigenera l’attesa,
la piena d’avvenire trattenuta
dal cielo fino all’ultima preghiera
mentre,sempre immaturo, con perenne
vicenda si ricrea dalle sue ceneri
il domani e ogni giorno precipita deluso
come musica stanca di sgorgare
musica rifluisce alla sorgente.
Così invano consunta dalla vita
la misura del tempo è sempre colma
per me; ed Espero muta sì veloce in Lucifero!
Con uguale ridente mistero
il vento inesauribile ritorna
a spingere la luna quando ancora
stride un cielo copioso fra i palazzi,
gelidi testimoni, sul mio capo.
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Luigia Sorrentino intervista Biancamaria Frabotta
In “Elogio del fuoco”, che si trova nella parte finale della seconda parte del libro, lei fa un’auto-descrizione fisica ed uditiva di una delle più grandi poetesse del Secondo Novecento, Amelia Rosselli. Lei tiene, peraltro, un corso monografico all’Università “La Sapienza” di Roma proprio su Amelia Rosselli che – tutti sanno – frequentava e amava moltissimo i giovani. Quale è stato il rapporto tra lei e Amelia Rosselli, e che eredità le ha lasciato?
Il “pezzo” di cui lei parla a dir la verità è un elogio funebre. Lo lessi a Roma, davanti al feretro di Amelia nella Casa della Cultura il 16 febbraio 1996. E a stento, facendo fatica a trattenere le lacrime. Amelia morta, Amelia suicida era un pensiero insostenibile. La sua poesia oggi diventa presto popolare fra i giovani, soprattutto donne, che la incontrano nei miei corsi di poesia. Si dice che il pubblico giovanile resti lontano dalla poesia dei Grandi e preferisca occuparsi solo di sé stesso in un’autoreferenzialità cocciuta ed esaltata. E forse è vero. Ma con un poeta intrattabile (parlo delle sue poesie, non di un carattere che può oggi apparire soltanto la mitica proiezione di un tempo stellarmente lontano dal nostro) come Amelia Rosselli, è diverso.
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I mostri marini
I miei occhi sono due sassolini neri, ma a volte è come se fossero più neri e così brillano. Io li lascio brillare perché vedono di più, guardano le cose come a farle diventare trasparenti e le vedono al centro come quando si guarda un cuore fino in fondo. Quando di notte vado in giro arrivo al mare. Il mare è grande e profondo e non lo vedi tutto e certi colori del mare sono ombre e le ombre sono i mostri marini. Dal mare vengono fenomeni strani e si chiamano onde. Le onde sono più piccole del mare, ma si muovono nell’acqua, si alzano e con la schiuma sbattono contro le case: è tutto un trac alle finestre e un cric e c’è un rumore che è diverso dai rumori che si conoscono ed è il mare.
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Filastrocca della pianta
Ognuno che muore ci muore qualcosa
e non è risposta il fiorire di rosa
nemmeno sapere che sempre è partire
vita per vita l’amare è soffrire
e tutto confonde e nulla consola
eppure la pianta ci insegna lei sola
ama le foglie e le lascia andare
e nel cadere comincia il tornare.
* a Don Fabrizio Centofanti
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Ho parlato con le cose
Ho parlato con le cose
Perché le parole sono sporche
Sulla facciata di una chiesa una volta lessi
Che è difficile pisciare controvento
E cosi anche queste poche lettere
Hanno perso consistenza
Si sono lacerate
Ridotte a brandelli
C’è questa perdita enorme d’innocenza
Come se non si potesse mai più tornare indietro
Ma è nel cuore che non posso entrare
È stato chiuso
Come un locale pronto alle ferie
Quando devi ricevere una notizia
Vorresti sempre quella buona prima
Perché la cattiva già la sai
L’hai commessa
C’è un palazzo maestoso
Si consegnano fiori agli ospiti
E per le conseguenze tocca all’amore
Perdonare
Barare
Fuggire
Diceva una poesia che quando fa male
Torniamo su certi luoghi
A pensare al primo amore
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