Stazione De Angeli
Devo dirlo ad Aldo, a Vladimiro, a Miguel, ai condòmini che affollano il portico e non se ne andrebbero neanche con le cannonate. Vogliono stare là, è casa loro, il mondo. Verrà un giorno in cui non ci sarà più tuo né mio, lo spazio e il tempo saranno il luogo libero di un’energia felice.
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Figli di …
“Ha un futuro davanti e un papà dietro” è stato il tagliente commento del “Nouvel Obsevateur” a proposito della candidatura di Jean Sarkozy, figlio ventitreenne di tanto padre, alla guida dell’Epad.
Si tratta dell’organismo che gestisce il maggior centro d’affari d’Europa, la Defense, nel dipartimento Haute de Seine (alle porte di Parigi, e feudo dei Sarkozy).
Subito è parso incredibile che un giovanotto, studente fuori corso di Diritto alla Sorbona, potesse elevarsi al rango di supermanager solo in virtù del cognome. In breve, è stato lo stesso figlio del Presidente a ritirare la sua candidatura, a seguito della sollevazione popolare (e bipartisan) scatenatasi oltralpe. Anche il web ha fatto la sua parte. Petizioni online e un fiorire di blog contro Sarkozy jr., il più divertente forse questo: http://www.jeansarkozypartout.com/.
A ben vedere, non è che sia una grande vittoria questo gesto delle dimissioni (annunciate solennemente in televisione), anche perché il ragazzo si “accontenta” di un posto nel Consiglio d’Amministrazione dell’Epad, e di essere il prossimo candidato nelle elezioni provinciali del suo dipartimento.
Ma la notizia, al di là del sarcasmo, della facile battuta che tutto il mondo è paese, e dell’ancor più facile accostamento con le mastellopoli nostrane, sui media avrebbe meritato qualche riflessione in più, sul cancro sempre più dilagante del nepotismo.
L’unico a provarci è forse Sergio Luzzatto che, sul Sole 24 ore di domenica scorsa, parla del fenomeno definendolo come “il ritorno del dinastico”.
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Bolle di sapone
Anch’io faccio come i bambini e AH, OH e BELLO!! E continuo a soffiare, treni di bolle, fiumi di bolle, miriadi di bolle. Il cielo ne è offuscato. Il giardino è invaso dai delicati fiori volanti che fanno invidia alle farfalle.
Il mondo è più bello.
Tocco una bolla fuggitiva con le dita e non si rompe. Hanno una forza misteriosa che le tiene insieme, queste meraviglie: così fragili e così forti. Hanno una forza che deve contenere i desideri. O forse il dolore. Pensa un po’, scoppia la bolla, scompare il dolore…
Mi fermo un attimo. Penso a qualcosa. Ho deciso. Immergo il cerchio magico nel potente liquido schiumoso, mi concentro e soffio, soffio, soffio. Una bolla immensa nasce, cresce, mi avvolge, mi abbraccia, mentre continuo a soffiare. Quando vedo la realtà attraverso un velo trasparente e colorato, smetto di soffiare.
La bolla, con me dentro, si alza verso il sole.
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Venezia
Sessantamila abitanti, considerando le isole. Quanti saranno fra un decennio? Dieci, azzarda qualcuno. Della favolosa città non resterà più nulla. Centosette centimetri d’acqua, l’altro ieri. Ricordo una cena a Riva degli Schiavoni, dopo che sbagliai concorso e fui costretto a scrivere di un Boccaccio che si trasfigurava, per la rabbia, in un pericoloso terrorista, trasgressore della purezza letteraria.
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Deragliate 4
La Senzanome di Nina Maroccolo
Il treno deragliò.
Deragliamento a perdersi – come il suo, che intonando una canzone a episodi proclamava un “Ahi” onomatopeico di complessa interpretazione.
Così lamentò la senzanome:
“Sì, ch’io vorrei morire… Amore, la bella bocca del mio amato core.
Ahi, cara e dolce lingua, datemi tanto umore, che di dolcezza in questo sen m’estingua!” *
Incombeva la puzza nel retrotreno, l’odore stantio d’un molteplice atto urinario imploso da un’autografia senza bio-antisettico. Usare il germicida era troppo…
“Ahi, vita mia, a questo bianco seno deh, stringetemi fin ch’io venga meno.
Ahi bocca, ahi baci, ahi lingua, i’ torna’a dire sì, ch’io vorrei morire” *
… Contusioni, ossa incrinate, guasti mentali da emendare?
Quant’era bella la senzanome amorosa! E quell’“Ahi” magistralmente stonato, sembrava concederle un respiro celeste dal puro accento erotico. Reduce incandescenza tra ebbri umori memoriali, vita intima – intimamente annunciata senza pudore.
Arrivò l’autoambulanza, e una lettiga a forma di baldacchino.
“Dio, che odore… Guarda, sei pure incinta…”
“Oh! Ahi! M’uccide il duolo vostro, ahi!”
La senzanome fu portata all’ospedale, reparto neonatologia.
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Deragliate 3
Primo pezzo, di Mariastella Eisenberg
Poggiava il pezzetto di sapone sul bordo della carrozzina traboccante di buste dopo essersi strofinata vigorosamente, e si risciacquava alla fontanella della stazione: i gesti svelti non svelavano un centimetro di pelle, la indovinavi rotonda sotto l’ampia veste, e soda per i suoi capelli
tutti grigi stretti in un grosso nodo. “Ciao Maria!” la salutavano i ferrovieri passando, qualcuno le offriva una sigaretta, qualcuno dei biscotti; lei ringraziava timida, con un pudore antico che la strada non le aveva tolto.
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I mostri marini
I miei occhi sono due sassolini neri, ma a volte è come se fossero più neri e così brillano. Io li lascio brillare perché vedono di più, guardano le cose come a farle diventare trasparenti e le vedono al centro come quando si guarda un cuore fino in fondo. Quando di notte vado in giro arrivo al mare. Il mare è grande e profondo e non lo vedi tutto e certi colori del mare sono ombre e le ombre sono i mostri marini. Dal mare vengono fenomeni strani e si chiamano onde. Le onde sono più piccole del mare, ma si muovono nell’acqua, si alzano e con la schiuma sbattono contro le case: è tutto un trac alle finestre e un cric e c’è un rumore che è diverso dai rumori che si conoscono ed è il mare.
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Il vizio del libro
di Francesco Erbani
Chi cercasse la progenie della cultura in piazza, delle folle in ascolto di romanzieri e filosofi, si imbatterebbe in Dante. E in Vittorio Sermonti che a metà degli anni Novanta si avventurò nella lettura integrale, sera dopo sera, per cento sere, di tutta la Commedia. Accadeva a Ravenna, nella chiesa di san Francesco, alle spalle della tomba in cui riposa il poeta. Poi vennero Roma, i Mercati Traianei e il Pantheon, e quindi Firenze, Milano, con concorso di popolo sempre crescente. E infine l’ Eneide a Milano. Sermonti, che è stato giornalista, insegnante di liceo, consulente editoriale, regista radiofonico, compirà ottant’ anni a fine settembre e sarà a Mantova, al Festivaletteratura. Per festeggiarlo (ma forse l’ ha fatto anche lui per festeggiarsi), Rizzoli pubblica Il vizio di leggere (pagg. 632, euro 21), una nutrita antologia, una personalissima galleria di centosessanta brani letterari e non letterari scelti, spiega Sermonti, «con sconcertante arbitrarietà». L’ antologia nasce come seguito di una trasmissione radiofonica: si va da Tolstoj alle iscrizioni funerarie romane, da Auden, Brodskij e Faulkner fino alle Controindicazioni, Precauzioni, Interazioni dei foglietti illustrativi di un farmaco, da Melville, Pound e Yehoshua alle Lunghezze Minime Permesse dei pesci in un mercato veneziano o all’ Almanacco illustrato del calcio che segnala quando il Milan precipitò in serie B. Sono brani che condensano, appunto, una pratica lunga più di settant’ anni, che ha messo nel conto «anche il rischio di imbattersi in parecchie schifezze», ma che è stata condotta «con la perseveranza, con l’ abnegazione, con l’ incoffessabile voluttà» con cui si coltivano i peggiori vizi. «Sa una cosa che non mi piace di molte di queste iniziative di cultura in piazza?» Me la dica. «La troppa esibizione civica che accompagna l’ invito alla lettura. Tipo: leggete perché diventerete più buoni». In un paese dove si legge così poco serve anche questo, o no? «Può darsi. Ma io credo che occorra indurre alla lettura come a un vizio che rende più complicata, ma anche più bella la vita. Un giorno leggevo Dante a Firenze. Venne da me l’ assessore alla cultura, mi chiese di andare in una scuola elementare a spiegare l’ Inferno. Vi piacerà moltissimo, dissi a quei bambini, perché racconta cose cattivissime, come in fondo cattivissimi siete voi. Se dovessi rivolgermi a dei ragazzi che le fanno di tutti i colori, direi appunto così: vi propongo la lettura, un vizio più complesso di quelli che praticate».
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Il lavoro della festa
Ora, ecco che sono qui, a festeggiare l’onomastico di mamma. Siamo a tavola, papà ha pronunciato la sua sentenza, che mi ha fatto scorrere un brivido lungo la schiena. Ma che importa! Ho indosso il mio giacchetto nocciola e tanto basta a sollevarmi su una nuvola di spensierata felicità.
Verso sera, all’improvviso, udiamo un rombo cupo e un fracasso violentissimo. Non lo sappiamo ancora, ma gli Alleati hanno lanciato le loro bombe giù, all’altezza della Chiesa di San Rocco, dove oggi c’è il Municipio. Qualche gola profonda deve aver fatto sapere loro che ci sono armi e combustibile nascosti presso il lago del Pantano, ma gli ordigni, tanto intelligenti ora quanto, purtroppo, si dimostreranno anche in futuro, sono andati a finire a ridosso dell’abitato.
La nostra casa si affaccia sulla piazza, dirimpetto a Palazzo Paciello. Nel panico generale, come un basso continuo, riecheggia la frase «P’ o Paschier’, p’o Paschier’». Dobbiamo passare per il Paschiere, ricapitolo mentalmente: prima davanti a Sant’Antonio, la chiesa dove vado a messa la domenica (la Chiesa Madre è per le solennità e le processioni da e verso il Santuario del Pantano) per poi addentrarci in quello che usiamo chiamare “quartiere cinese”. Solo così potremo raggiungere le gallerie della Calabro-Lucana, dove passava la littorina che ci portava a scuola, prima che le corse fossero sospese per la guerra. Di restare a casa nessuno ha voglia. Dina è bianca come un cencio per la paura: per curarla dalle conseguenze dello spavento mamma dovrà consultare, poi, uno specialista.
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La pena uguale
Da “La pena uguale” di Alessandro Franci
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Non è l’avvenimento che ha un senso; è il giudizio che se ne dà. La differenza è quasi esclusivamente l’aspetto narrativo; cioè il valore è nel racconto non nell’avvenimento.
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Non si ottiene quanto vorremmo perché scoraggia il percorso per arrivarci. Il conseguimento degli obiettivi, infatti, non sarebbe irrealizzabile; il difficile è rinunciare ad essere ciò che siamo e convertirsi all’idea di come dovremmo essere.
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