Fabbrica di mattoni sul mare
Di giorno operai in fila
forati e laterizi
di notte stelle, risacca e faro
respiro lento e rosso del mare
sabbia salsedine e vento
negli interstizi
la fanno vacillare
le corrodono mattoni ed intenzioni
finché una notte si lascia bruciare
fabbrica in fumo
fabbrica morta
fabbrica rinata in tempio
in cattedrale della distruzione
scoperchiata
che accoglie
i voli degli aironi in migrazione
l’agonia dei gatti malandati
i riti feroci dei cani scordati
inselvatichiti.
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Sul delta del Po
Il fiume porta la sabbia e il mare la porta via
e acqua e odore di salmastro e luce
in cento anni una grande isola nuova
e un nuovo faro, simbolo della remota
e impari alleanza degli uomini col mare
e acqua e odore di salmastro e luce
il fiume porta la sabbia e il mare la porta via
il vecchio magazzino del riso
alza i suoi muri cadenti nel vuoto,
non c’è più la terra per cui fu costruito
ma solo acqua e odore di salmastro e luce
Questa è la canzone incessante e sommessa delle canne brune
e dei pioppi ridenti e delle tamerici,
per il cormorano sull’acqua
per la garzetta che dai rami grigi
lancia il suo poema sillabato,
per il martin pescatore, lampo colorato
e il pesce che affiora alla corrente
e per i germani,
per tutti loro in una geografia di luce
i canali intricati e le isole viola di fiori e di canne sonore
sfumano all’orizzonte
spazio senza confini di libertà e di vita
e a sera gli aironi, esili antiche divinità,
immobili, guardano passare insieme
l’acqua e il tempo,
in questo luogo di silenzio umano,
dove solo il vento
e il fruscio lieve del limonio fiorito
rispondono al grido roco
dei gabbiani.
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Vetro
Madre
Dove son finite le tue parole di ieri?
Le ho lasciate entrare dentro di me
- grata -
acqua nella terra secca
Nulla
a parte quei pezzi di vetro
che stanno lì piantati da una vita.
Lo porto scritto in faccia
-Assolvimi Madre
perché non ti somiglio -
E tu l’hai fatto Madre
Tu hai fatto piovere
le parole giuste
- Chi è sano va via -
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Film
segui piano lì
ferma quel momento
abbassa
sotto ci mettiamo un tappeto
di quello scemo che si crede Glass
come attesa
sento i tasti che battono in testa
non importa se è entrata in campo
lascia tutto così
è naturale
e se non è naturale
è naturale lo stesso
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Salmo secondo
di Mauro Pesce
Ma chi sarà il messia
- colui – che ungi
- quando -
i popoli e le genti,
tutti, re della terra,
pensano l’immenso vuoto
- pensano -
il nulla: tra le fessure
di cellule s’incunea
come nebbia, come
umido
vapore, patina
impalbabile – oleosa -
sulle fibre della mente
- del petto -. Perché
ragsciù goyìm?
Perché atterrita
- è lei -?
Ungimi
dell’olio tuo che mi ricopra
dell’invisibile barriera
impenetrabile. Dov’è
quest’olio del messia?
- cos’è? – che mi riporta
- dita nella terra umida? -
nell’acqua tersa dove guizza il sole ?
Mio figlio – tu -
e io
- oggi – quest’ora -
ti rifaccio bimbo.
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Viedellapovertà 6
Noi che tendiamo le orecchie e sgraniamo gli occhi
ogni giorno non al mondo com’è ma a parole
e immagini strappate come foglie da un paesaggio
per farne poi altra cosa per noi,
solo per noi, continuando a chiamarla il “paesaggio”,
invece che puzzle ingannevole;
noi che sediamo fiduciosi davanti
a un trompe l’oeil brulicante di pulci
senza domandarci cosa non va
oltre le pareti in cui viviamo,
se si può fare di meglio e come, a iniziare da noi,
come comportarci se chi governa
lo fa per suo interesse e di chi lo sostiene
senza guardare regole e saggezza
costate sangue e fatiche di millenni.
In nome dei padri sepolti e dei figli che verranno
ci è impossibile accettare che
gli interessi di uno o di pochi
prevalgano rispetto ai più alti principi
voluti da tutti per il bene di tutti;
diamo dunque fiducia soltanto
a chi dimostra coerenza e rispetto,
a chi paga sulla propria pelle
scelte che non gli hanno dato
potere, privilegio o impunità;
giriamo le spalle a chi vorrebbe
imporci il proprio credo incurante del nostro,
a chi è disposto a demolire istituzioni
trascinandoci nel caos e nell’odio
dello scontro sociale.
Se non siamo anche noi
nei lunghi elenchi dei privilegiati
chiudiamo gli occhi, ogni tanto
per vedere meglio e sognare,
per non abituarci allo sfacelo.
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Salmo
Ciò che faccio, è fatto male,
ciò che canto, è cantato male,
perciò a te spettano
le mie mani
e la mia voce.
Lavorerò con tutte le mie forze.
Ti prometto il raccolto.
Canterò il canto dei popoli scomparsi.
Canterò il mio popolo.
Amerò.
Anche i delinquenti!
Con i delinquenti e gli indifesi
fonderò una nuova patria –
Eppure ciò che faccio, è fatto male.
ciò che canto, cantato male.
Perciò a te spettano
le mie mani
e la mia voce.
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Giocatori di scacchi
I giocatori di scacchi se ne stanno fermi per ore
Chiedevo a un ragazzino di guardare gli alberi
Ma non avevo mai guardato fin dentro di noi
Mercoledì guardavo i satelliti impazzire
E il giorno dopo di nuovo a lavorare
Senza nemmeno trasalire
Per qualche regola biologica
Rido dallo stesso posto da dove poi piango
Cadono milioni di foglie
E il tragitto è sempre dall’alto in basso
Le foglie non ritornano
Svaniscono come gli anni piccoli
E solo qualche volta in maniera occasionale
Gli occhi percorrono la stessa distanza
In cerca di qualcosa di cui non vergognarsi.
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Epitaffi
Scrittrice di epitaffi sulle lapidi dei cimiteri
donna del disincanto
raccolgo pene di cuore e amoreggiamenti
in questo mondo ricoperto di polvere
E sono così brava
che ho un camposanto tutto mio
E’ una gioia a primavera
potare le roselline bianche e sfrondare la verbena
Dei fiori che colsi ne faccio corone
Di quelli che non colsi
poesie che poggio sulle lapidi
In ogni angolo della mia anima
c’è una lapide ad un Dio differente
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I vivi al mio paese …
i vivi al mio paese sono morti
li ho visti oggi con le spalle al sole
spingevano per entrare al cimitero.
il mio paese non c’è più
non ride e non sputa in faccia più a nessuno.
ci vorrebbero tre metri di neve
tremila cappotti sulle mie spalle
per sentire il peso di chi c’era
rancori urlati rabbia muta
i grandi giorni della cicuta.
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