Salmo secondo
di Mauro Pesce
Ma chi sarà il messia
- colui – che ungi
- quando -
i popoli e le genti,
tutti, re della terra,
pensano l’immenso vuoto
- pensano -
il nulla: tra le fessure
di cellule s’incunea
come nebbia, come
umido
vapore, patina
impalbabile – oleosa -
sulle fibre della mente
- del petto -. Perché
ragsciù goyìm?
Perché atterrita
- è lei -?
Ungimi
dell’olio tuo che mi ricopra
dell’invisibile barriera
impenetrabile. Dov’è
quest’olio del messia?
- cos’è? – che mi riporta
- dita nella terra umida? -
nell’acqua tersa dove guizza il sole ?
Mio figlio – tu -
e io
- oggi – quest’ora -
ti rifaccio bimbo.
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Viedellapovertà 6
Noi che tendiamo le orecchie e sgraniamo gli occhi
ogni giorno non al mondo com’è ma a parole
e immagini strappate come foglie da un paesaggio
per farne poi altra cosa per noi,
solo per noi, continuando a chiamarla il “paesaggio”,
invece che puzzle ingannevole;
noi che sediamo fiduciosi davanti
a un trompe l’oeil brulicante di pulci
senza domandarci cosa non va
oltre le pareti in cui viviamo,
se si può fare di meglio e come, a iniziare da noi,
come comportarci se chi governa
lo fa per suo interesse e di chi lo sostiene
senza guardare regole e saggezza
costate sangue e fatiche di millenni.
In nome dei padri sepolti e dei figli che verranno
ci è impossibile accettare che
gli interessi di uno o di pochi
prevalgano rispetto ai più alti principi
voluti da tutti per il bene di tutti;
diamo dunque fiducia soltanto
a chi dimostra coerenza e rispetto,
a chi paga sulla propria pelle
scelte che non gli hanno dato
potere, privilegio o impunità;
giriamo le spalle a chi vorrebbe
imporci il proprio credo incurante del nostro,
a chi è disposto a demolire istituzioni
trascinandoci nel caos e nell’odio
dello scontro sociale.
Se non siamo anche noi
nei lunghi elenchi dei privilegiati
chiudiamo gli occhi, ogni tanto
per vedere meglio e sognare,
per non abituarci allo sfacelo.
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Salmo
Ciò che faccio, è fatto male,
ciò che canto, è cantato male,
perciò a te spettano
le mie mani
e la mia voce.
Lavorerò con tutte le mie forze.
Ti prometto il raccolto.
Canterò il canto dei popoli scomparsi.
Canterò il mio popolo.
Amerò.
Anche i delinquenti!
Con i delinquenti e gli indifesi
fonderò una nuova patria –
Eppure ciò che faccio, è fatto male.
ciò che canto, cantato male.
Perciò a te spettano
le mie mani
e la mia voce.
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Giocatori di scacchi
I giocatori di scacchi se ne stanno fermi per ore
Chiedevo a un ragazzino di guardare gli alberi
Ma non avevo mai guardato fin dentro di noi
Mercoledì guardavo i satelliti impazzire
E il giorno dopo di nuovo a lavorare
Senza nemmeno trasalire
Per qualche regola biologica
Rido dallo stesso posto da dove poi piango
Cadono milioni di foglie
E il tragitto è sempre dall’alto in basso
Le foglie non ritornano
Svaniscono come gli anni piccoli
E solo qualche volta in maniera occasionale
Gli occhi percorrono la stessa distanza
In cerca di qualcosa di cui non vergognarsi.
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Epitaffi
Scrittrice di epitaffi sulle lapidi dei cimiteri
donna del disincanto
raccolgo pene di cuore e amoreggiamenti
in questo mondo ricoperto di polvere
E sono così brava
che ho un camposanto tutto mio
E’ una gioia a primavera
potare le roselline bianche e sfrondare la verbena
Dei fiori che colsi ne faccio corone
Di quelli che non colsi
poesie che poggio sulle lapidi
In ogni angolo della mia anima
c’è una lapide ad un Dio differente
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I vivi al mio paese …
i vivi al mio paese sono morti
li ho visti oggi con le spalle al sole
spingevano per entrare al cimitero.
il mio paese non c’è più
non ride e non sputa in faccia più a nessuno.
ci vorrebbero tre metri di neve
tremila cappotti sulle mie spalle
per sentire il peso di chi c’era
rancori urlati rabbia muta
i grandi giorni della cicuta.
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Bramosie di specchi
Specchio delle mie trame
sei cieco metallo
non vedrai mai il tuo volto,
freddo riflettore
di carni e marmi.
Sarai condannato a riflettere
noi. Persone mattiniere,
soprattutto donne al trucco,
uomini che barba, gente
che pensa a sé. Noi tramiamo,
tu a volte tremi, temendo
la sfortuna di infrangerti.
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Continuità
Forse quanto è possibile è accaduto,
ma da te si rigenera l’attesa,
la piena d’avvenire trattenuta
dal cielo fino all’ultima preghiera
mentre,sempre immaturo, con perenne
vicenda si ricrea dalle sue ceneri
il domani e ogni giorno precipita deluso
come musica stanca di sgorgare
musica rifluisce alla sorgente.
Così invano consunta dalla vita
la misura del tempo è sempre colma
per me; ed Espero muta sì veloce in Lucifero!
Con uguale ridente mistero
il vento inesauribile ritorna
a spingere la luna quando ancora
stride un cielo copioso fra i palazzi,
gelidi testimoni, sul mio capo.
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Filastrocca della pianta
Ognuno che muore ci muore qualcosa
e non è risposta il fiorire di rosa
nemmeno sapere che sempre è partire
vita per vita l’amare è soffrire
e tutto confonde e nulla consola
eppure la pianta ci insegna lei sola
ama le foglie e le lascia andare
e nel cadere comincia il tornare.
* a Don Fabrizio Centofanti
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Ho parlato con le cose
Ho parlato con le cose
Perché le parole sono sporche
Sulla facciata di una chiesa una volta lessi
Che è difficile pisciare controvento
E cosi anche queste poche lettere
Hanno perso consistenza
Si sono lacerate
Ridotte a brandelli
C’è questa perdita enorme d’innocenza
Come se non si potesse mai più tornare indietro
Ma è nel cuore che non posso entrare
È stato chiuso
Come un locale pronto alle ferie
Quando devi ricevere una notizia
Vorresti sempre quella buona prima
Perché la cattiva già la sai
L’hai commessa
C’è un palazzo maestoso
Si consegnano fiori agli ospiti
E per le conseguenze tocca all’amore
Perdonare
Barare
Fuggire
Diceva una poesia che quando fa male
Torniamo su certi luoghi
A pensare al primo amore
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