Domande e risposte
Invece nel libro Dio è Dio, verrebbe di dire. Un Dio misericordioso e buono, di cui non c’è da aver paura. Un Dio, quindi, restituito alla sua natura originaria e identitaria. Il Dio di Gilead è una casa accogliente e non giudicante.
Chiunque abbia potuto fare nella propria vita una scelta irreversibile, eppur tuttavia non si barrichi dietro la propria trincea, non può non confrontarsi con tutte le contraddizioni che il mondo mette in scena, non in opposizione al dio, ma mettendosi come di traverso, con lo stesso grado di mistero di cui è fatta la natura divina di tutte le cose e dell’uomo innanzi tutto. Questo è ciò che – a dispetto di una vulgata a disposizione di chiunque, fin dalla tenera età (“ci ha fatto a sua immagine e somiglianza) – non viene spiegato mai, o quasi mai, nelle sue conseguenze, anche pratiche, concernenti la vita di ogni giorno. Se io sono Dio, io sono degno di esser amato, da me e da tutti, e sono capace di amare me e tutti.
Sembra facile.
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Figli di …
“Ha un futuro davanti e un papà dietro” è stato il tagliente commento del “Nouvel Obsevateur” a proposito della candidatura di Jean Sarkozy, figlio ventitreenne di tanto padre, alla guida dell’Epad.
Si tratta dell’organismo che gestisce il maggior centro d’affari d’Europa, la Defense, nel dipartimento Haute de Seine (alle porte di Parigi, e feudo dei Sarkozy).
Subito è parso incredibile che un giovanotto, studente fuori corso di Diritto alla Sorbona, potesse elevarsi al rango di supermanager solo in virtù del cognome. In breve, è stato lo stesso figlio del Presidente a ritirare la sua candidatura, a seguito della sollevazione popolare (e bipartisan) scatenatasi oltralpe. Anche il web ha fatto la sua parte. Petizioni online e un fiorire di blog contro Sarkozy jr., il più divertente forse questo: http://www.jeansarkozypartout.com/.
A ben vedere, non è che sia una grande vittoria questo gesto delle dimissioni (annunciate solennemente in televisione), anche perché il ragazzo si “accontenta” di un posto nel Consiglio d’Amministrazione dell’Epad, e di essere il prossimo candidato nelle elezioni provinciali del suo dipartimento.
Ma la notizia, al di là del sarcasmo, della facile battuta che tutto il mondo è paese, e dell’ancor più facile accostamento con le mastellopoli nostrane, sui media avrebbe meritato qualche riflessione in più, sul cancro sempre più dilagante del nepotismo.
L’unico a provarci è forse Sergio Luzzatto che, sul Sole 24 ore di domenica scorsa, parla del fenomeno definendolo come “il ritorno del dinastico”.
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Bolle di sapone
Anch’io faccio come i bambini e AH, OH e BELLO!! E continuo a soffiare, treni di bolle, fiumi di bolle, miriadi di bolle. Il cielo ne è offuscato. Il giardino è invaso dai delicati fiori volanti che fanno invidia alle farfalle.
Il mondo è più bello.
Tocco una bolla fuggitiva con le dita e non si rompe. Hanno una forza misteriosa che le tiene insieme, queste meraviglie: così fragili e così forti. Hanno una forza che deve contenere i desideri. O forse il dolore. Pensa un po’, scoppia la bolla, scompare il dolore…
Mi fermo un attimo. Penso a qualcosa. Ho deciso. Immergo il cerchio magico nel potente liquido schiumoso, mi concentro e soffio, soffio, soffio. Una bolla immensa nasce, cresce, mi avvolge, mi abbraccia, mentre continuo a soffiare. Quando vedo la realtà attraverso un velo trasparente e colorato, smetto di soffiare.
La bolla, con me dentro, si alza verso il sole.
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Salmo secondo
di Mauro Pesce
Ma chi sarà il messia
- colui – che ungi
- quando -
i popoli e le genti,
tutti, re della terra,
pensano l’immenso vuoto
- pensano -
il nulla: tra le fessure
di cellule s’incunea
come nebbia, come
umido
vapore, patina
impalbabile – oleosa -
sulle fibre della mente
- del petto -. Perché
ragsciù goyìm?
Perché atterrita
- è lei -?
Ungimi
dell’olio tuo che mi ricopra
dell’invisibile barriera
impenetrabile. Dov’è
quest’olio del messia?
- cos’è? – che mi riporta
- dita nella terra umida? -
nell’acqua tersa dove guizza il sole ?
Mio figlio – tu -
e io
- oggi – quest’ora -
ti rifaccio bimbo.
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Venezia
Sessantamila abitanti, considerando le isole. Quanti saranno fra un decennio? Dieci, azzarda qualcuno. Della favolosa città non resterà più nulla. Centosette centimetri d’acqua, l’altro ieri. Ricordo una cena a Riva degli Schiavoni, dopo che sbagliai concorso e fui costretto a scrivere di un Boccaccio che si trasfigurava, per la rabbia, in un pericoloso terrorista, trasgressore della purezza letteraria.
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Viedellapovertà 6
Noi che tendiamo le orecchie e sgraniamo gli occhi
ogni giorno non al mondo com’è ma a parole
e immagini strappate come foglie da un paesaggio
per farne poi altra cosa per noi,
solo per noi, continuando a chiamarla il “paesaggio”,
invece che puzzle ingannevole;
noi che sediamo fiduciosi davanti
a un trompe l’oeil brulicante di pulci
senza domandarci cosa non va
oltre le pareti in cui viviamo,
se si può fare di meglio e come, a iniziare da noi,
come comportarci se chi governa
lo fa per suo interesse e di chi lo sostiene
senza guardare regole e saggezza
costate sangue e fatiche di millenni.
In nome dei padri sepolti e dei figli che verranno
ci è impossibile accettare che
gli interessi di uno o di pochi
prevalgano rispetto ai più alti principi
voluti da tutti per il bene di tutti;
diamo dunque fiducia soltanto
a chi dimostra coerenza e rispetto,
a chi paga sulla propria pelle
scelte che non gli hanno dato
potere, privilegio o impunità;
giriamo le spalle a chi vorrebbe
imporci il proprio credo incurante del nostro,
a chi è disposto a demolire istituzioni
trascinandoci nel caos e nell’odio
dello scontro sociale.
Se non siamo anche noi
nei lunghi elenchi dei privilegiati
chiudiamo gli occhi, ogni tanto
per vedere meglio e sognare,
per non abituarci allo sfacelo.
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Salmo
Ciò che faccio, è fatto male,
ciò che canto, è cantato male,
perciò a te spettano
le mie mani
e la mia voce.
Lavorerò con tutte le mie forze.
Ti prometto il raccolto.
Canterò il canto dei popoli scomparsi.
Canterò il mio popolo.
Amerò.
Anche i delinquenti!
Con i delinquenti e gli indifesi
fonderò una nuova patria –
Eppure ciò che faccio, è fatto male.
ciò che canto, cantato male.
Perciò a te spettano
le mie mani
e la mia voce.
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Giocatori di scacchi
I giocatori di scacchi se ne stanno fermi per ore
Chiedevo a un ragazzino di guardare gli alberi
Ma non avevo mai guardato fin dentro di noi
Mercoledì guardavo i satelliti impazzire
E il giorno dopo di nuovo a lavorare
Senza nemmeno trasalire
Per qualche regola biologica
Rido dallo stesso posto da dove poi piango
Cadono milioni di foglie
E il tragitto è sempre dall’alto in basso
Le foglie non ritornano
Svaniscono come gli anni piccoli
E solo qualche volta in maniera occasionale
Gli occhi percorrono la stessa distanza
In cerca di qualcosa di cui non vergognarsi.
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Epitaffi
Scrittrice di epitaffi sulle lapidi dei cimiteri
donna del disincanto
raccolgo pene di cuore e amoreggiamenti
in questo mondo ricoperto di polvere
E sono così brava
che ho un camposanto tutto mio
E’ una gioia a primavera
potare le roselline bianche e sfrondare la verbena
Dei fiori che colsi ne faccio corone
Di quelli che non colsi
poesie che poggio sulle lapidi
In ogni angolo della mia anima
c’è una lapide ad un Dio differente
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I vivi al mio paese …
i vivi al mio paese sono morti
li ho visti oggi con le spalle al sole
spingevano per entrare al cimitero.
il mio paese non c’è più
non ride e non sputa in faccia più a nessuno.
ci vorrebbero tre metri di neve
tremila cappotti sulle mie spalle
per sentire il peso di chi c’era
rancori urlati rabbia muta
i grandi giorni della cicuta.
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