Filastrocca della pianta
Ognuno che muore ci muore qualcosa
e non è risposta il fiorire di rosa
nemmeno sapere che sempre è partire
vita per vita l’amare è soffrire
e tutto confonde e nulla consola
eppure la pianta ci insegna lei sola
ama le foglie e le lascia andare
e nel cadere comincia il tornare.
* a Don Fabrizio Centofanti
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Ho parlato con le cose
Ho parlato con le cose
Perché le parole sono sporche
Sulla facciata di una chiesa una volta lessi
Che è difficile pisciare controvento
E cosi anche queste poche lettere
Hanno perso consistenza
Si sono lacerate
Ridotte a brandelli
C’è questa perdita enorme d’innocenza
Come se non si potesse mai più tornare indietro
Ma è nel cuore che non posso entrare
È stato chiuso
Come un locale pronto alle ferie
Quando devi ricevere una notizia
Vorresti sempre quella buona prima
Perché la cattiva già la sai
L’hai commessa
C’è un palazzo maestoso
Si consegnano fiori agli ospiti
E per le conseguenze tocca all’amore
Perdonare
Barare
Fuggire
Diceva una poesia che quando fa male
Torniamo su certi luoghi
A pensare al primo amore
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La maestra
A Mariella
Un po’ timida, impacciata,
ecco la maestra.
Osserva teste e teste, occhi, mani.
Dice: “Eccoci qui, cari bambini,
a dire, ad ascoltare, a profferire quanto
ognuno di noi sa, mescola, porge,
perché innocenza da voi imparo,
tengo tesa nel cuore parità,
e insieme insieme rinsaldiamo vincoli
di scambio e meraviglia,
fedeltà nel mantenere conoscenza e stupore,
similitudine in questo andare lungo
sapienze ideali”.
“Eccoci qua!”, dice la limpida maestra,
un po’ goffa,
ma poco teme, incanta quei visi ruscelli,
quei ritornelli attorno,
e libera dice: “Intanto i nomi,
intanto le voci, intanto voi!”
È la prima elementare che si
squaglia in risa, motteggia e
guarda la maestra.
Noi, da dietro, vediamo che inizia
quel gioco, sopraffino calco che
vita allunga, via via cede.
Così fa maestra e
l’ingarbugliata faccenda del sapere
(sapere di non sapere?).
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Ciao Simone
12 settembre mattina
Stamattina c’era il sole la voglia di vivere
Poi ho acceso il computer
Il sabato i gerani sul balcone sembrano più curati
Forse la felicità di restare a casa
Di guardare il blu
Il non pensare
Poi è passata una notizia scarna estranea piena di brividi livida
È morto Simone Cattaneo
Un poeta
Ciao Simone
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Ultima, orma
E viene il giorno che lui appare
e non sai come accarezzargli il viso
perché è carne da sogno.
Diceva il mondo ti trasforma in una cosa morta
diceva questo delle cose del mondo
diceva sdraiati
accanto a me nel solco delle ruspe, adesso io posso
accarezzarti il viso
tra questi cardi senza peso oltre la prima ansa del torrente – vieni
diceva, devi farlo
adesso. Così egli accolse la sua madre in cielo
la spinosa piumata
con un cuore di acacia
che lo mutava in una cosa morta. Lui
non può stare vivo e non puoi farlo
morire se non di questo disgraziato amore, perché tu porti
le conseguenze di quel che hai incominciato
dove il caldo del corpo fa quelle vasche di consolazione e nei travasi
il suo vivere è stato suscitato
trasparente e molteplice come un cristallo di sale: tu devi farlo
evaporare adesso
su una strada in salita tra i cedri
perché sia quella riva invisibile che hai guardato bruciare – flamma
nominis – nella dolcezza della combustione
un giorno – allontanarsi
lasciando l’orma del costato nel fango
e l’impronta del piede sinistro
nella roccia come ultima traccia sulla terra così che si giustifichi
il mio sangue con l’eco di una stella morta
un ardore di scimmia che l’occhio non vede.
Vox Domini super aquas come una cosa flagellata e santa
su le cupole d’oro di una città in attesa dove splende
la luce del sabato
ma cisterne sepolte come campane e derive di bozzoli funerari o Maria
egizia – flamma
nominis – o
creatura dell’aria
con spighe rovesciate come lame a protezione del cuore
mostrati solo
illuminata dal sole
come per benevolenza, mostrati come ferro sulla pietra
e sepolta sotto i blocchi della basilica con acqua
che si dissolve sulle cupole per le arti statiche mentre lasci
che attraverso te passi
la chimera dagli occhi trasparenti che qui dicono amore et
annulli me, questo beato niente.
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Tra splendore e incandescenza
Alla ricerca dei poeti dimenticati. Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza, a cura di Fabio Flego, con una Premessa (Di una vocazione d’amore) di Gaetano Chiappini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 1996
Tra splendore e incandescenza è una delle ultime testimonianze poetiche di Piero Bigongiari, scomparso nel 1997, un po’ più di un anno dopo la pubblicazione di questo smilzo e significativo mannello di liriche enigmatiche e interrogative.
Bigongiari è stato sicuramente uno dei più significativi protagonisti della poesia italiana del dopoguerra ed uno dei suoi “padri nobili” in senso non soltanto metaforico.
Come scrive Silvio Ramat nell’unica antologia poetica che del poeta di Navacchio sia stata realizzata durante la sua vita:
«La poesia, che si rifiuta alla mediocrità falsante della parafrasi, non accetta neanche la violenza del “lasciarsi spiegare”. Così i numerosi scritti bigongiariani sulla (e di) teoria letteraria, così gli interventi sulla pittura (barocca e novecentesca) e gli studi sui poeti moderni (l’Otto-Novecento italiano, da Leopardi in qua e, con sollecitazioni fors’anche maggiori, francese: da Rimbaud a Bonnefoy), non meno delle stesse postfazioni densissime ai propri libri poetici più recenti (Torre di Arnolfo, Antimateria, Moses), agiscono con pari determinazione in un senso che, l’ho appena detto, non è esplicativo bensì complicativo e tendenzialmente suscitato ad infinitum. La scrittura propria, la scrittura o l’altre altrui, non sono meri oggetti d’esame (filologico-anatomico, socio-filosofico…), corpi destrutturabili e quindi ristrutturabili una volta che l’acume analitico o altro lume ne abbia illuminato il “segreto”. No, rivelare significa semmai incessantemente aggiungere, è il contrario che semplificare. E’ un aggiungere dati e ipotesi e materie sulla natura della “cosa scritta”; è inquietarla e inquietarsene: e inquietarne il lettore che s’accorge di come i sistemi siano sempre e solamente degli a posteriori, schemi che funzionano unicamente per essere violati, trasgrediti finché dura il tempo (imprevedibile) della vita del testo, il suo viaggio dalla prima stesura, convenzionalmente detta “d’autore”, al sostanziale e implacabile concorso del lettore, la cui insoddisfazione amorosa produce nel tempo l’”infinità” del testo medesimo, la sua instabilità di “oggetto” che non ha definizione» (1).
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Forttola del cainita
Se intravedo la luna ed il castello,
ricordo pure il luogo del coltello.
Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:
dopo il sangue ed i gridi c’è premura
di cancellare ogni traccia di ferita
e girare un nuovo foglio della vita.
E’ un libro chiuso la casa nella piazza,
del mio nemico cancellai la razza:
ora a chi passa innanzi tutto tace
su quella sera di raggiunta pace.
Non ricordo per cosa alzai la mano
e la premetti con la lama da lontano
sul padre sulla madre e sulla figlia,
facendo pulizia della famiglia.
Ora ritorno, con l’accento straniero,
e ritrovo il paese vuoto e nero:
se ne parlò, nel bar, di quel delitto,
ora è silenzio, ed il locale è sfitto.
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Indagine sulla luce: 4
c’è qualcuno lassù oltre il cielo stellato
un nemico invisibile e armato
c’è qualcuno quaggiù
sotto le foglie marce
e tutto il sottofogliame
di vermi e terra umida
un amico di pochi millimetri
che scava sotto
verso la scritta continua
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Il vizio del libro
di Francesco Erbani
Chi cercasse la progenie della cultura in piazza, delle folle in ascolto di romanzieri e filosofi, si imbatterebbe in Dante. E in Vittorio Sermonti che a metà degli anni Novanta si avventurò nella lettura integrale, sera dopo sera, per cento sere, di tutta la Commedia. Accadeva a Ravenna, nella chiesa di san Francesco, alle spalle della tomba in cui riposa il poeta. Poi vennero Roma, i Mercati Traianei e il Pantheon, e quindi Firenze, Milano, con concorso di popolo sempre crescente. E infine l’ Eneide a Milano. Sermonti, che è stato giornalista, insegnante di liceo, consulente editoriale, regista radiofonico, compirà ottant’ anni a fine settembre e sarà a Mantova, al Festivaletteratura. Per festeggiarlo (ma forse l’ ha fatto anche lui per festeggiarsi), Rizzoli pubblica Il vizio di leggere (pagg. 632, euro 21), una nutrita antologia, una personalissima galleria di centosessanta brani letterari e non letterari scelti, spiega Sermonti, «con sconcertante arbitrarietà». L’ antologia nasce come seguito di una trasmissione radiofonica: si va da Tolstoj alle iscrizioni funerarie romane, da Auden, Brodskij e Faulkner fino alle Controindicazioni, Precauzioni, Interazioni dei foglietti illustrativi di un farmaco, da Melville, Pound e Yehoshua alle Lunghezze Minime Permesse dei pesci in un mercato veneziano o all’ Almanacco illustrato del calcio che segnala quando il Milan precipitò in serie B. Sono brani che condensano, appunto, una pratica lunga più di settant’ anni, che ha messo nel conto «anche il rischio di imbattersi in parecchie schifezze», ma che è stata condotta «con la perseveranza, con l’ abnegazione, con l’ incoffessabile voluttà» con cui si coltivano i peggiori vizi. «Sa una cosa che non mi piace di molte di queste iniziative di cultura in piazza?» Me la dica. «La troppa esibizione civica che accompagna l’ invito alla lettura. Tipo: leggete perché diventerete più buoni». In un paese dove si legge così poco serve anche questo, o no? «Può darsi. Ma io credo che occorra indurre alla lettura come a un vizio che rende più complicata, ma anche più bella la vita. Un giorno leggevo Dante a Firenze. Venne da me l’ assessore alla cultura, mi chiese di andare in una scuola elementare a spiegare l’ Inferno. Vi piacerà moltissimo, dissi a quei bambini, perché racconta cose cattivissime, come in fondo cattivissimi siete voi. Se dovessi rivolgermi a dei ragazzi che le fanno di tutti i colori, direi appunto così: vi propongo la lettura, un vizio più complesso di quelli che praticate».
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Il lavoro della festa
Ora, ecco che sono qui, a festeggiare l’onomastico di mamma. Siamo a tavola, papà ha pronunciato la sua sentenza, che mi ha fatto scorrere un brivido lungo la schiena. Ma che importa! Ho indosso il mio giacchetto nocciola e tanto basta a sollevarmi su una nuvola di spensierata felicità.
Verso sera, all’improvviso, udiamo un rombo cupo e un fracasso violentissimo. Non lo sappiamo ancora, ma gli Alleati hanno lanciato le loro bombe giù, all’altezza della Chiesa di San Rocco, dove oggi c’è il Municipio. Qualche gola profonda deve aver fatto sapere loro che ci sono armi e combustibile nascosti presso il lago del Pantano, ma gli ordigni, tanto intelligenti ora quanto, purtroppo, si dimostreranno anche in futuro, sono andati a finire a ridosso dell’abitato.
La nostra casa si affaccia sulla piazza, dirimpetto a Palazzo Paciello. Nel panico generale, come un basso continuo, riecheggia la frase «P’ o Paschier’, p’o Paschier’». Dobbiamo passare per il Paschiere, ricapitolo mentalmente: prima davanti a Sant’Antonio, la chiesa dove vado a messa la domenica (la Chiesa Madre è per le solennità e le processioni da e verso il Santuario del Pantano) per poi addentrarci in quello che usiamo chiamare “quartiere cinese”. Solo così potremo raggiungere le gallerie della Calabro-Lucana, dove passava la littorina che ci portava a scuola, prima che le corse fossero sospese per la guerra. Di restare a casa nessuno ha voglia. Dina è bianca come un cencio per la paura: per curarla dalle conseguenze dello spavento mamma dovrà consultare, poi, uno specialista.
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