Omaggio a Stèphane Mallarmè
A Stéphane Mallarmé
(con timorosa venerazione)
Dove ti ha portato
l’angelo
che col suo ventaglio
anelava musiche di tenebre
sulle tue mani inarrivabili?
E i silenzi inviolabili
della tua voce di echi
musicali
inudibili
sono tornati per un rinnovato
brindisi funebre
di silenziosi recitativi?
E il legno dei tuoi diversi flauti,
quali nuove fresche
dita ridenti
ha accompagnato
ad un distacco annunciato?
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La ragione della poesia
di Anna Maria Curci
Un moto di insofferenza è spesso la molla delle mie letture, mia personale e indubbiamente opinabile reazione a vulgate diffuse ad arte, a ossimori forzati, a “salvation a la mode and a cup of tea”, come cantavano i Jethro Tull in Aqualung, a bieche – queste sì veramente bieche – forzature della parola. L’estate che sta imperversando mi ha regalato una tanto singolare quanto insopportabile coincidenza di tutti questi fattori, ma è stato un episodio apparentemente insignificante a scatenare il furore della mia ricerca. Durante il breve viaggio di ritorno da Heidelberg a Mannheim, l’autista, improvvisata guida turistica, prova a lusingare il gruppetto di turisti italiani con l’ascolto di un motivetto popolare Ich hab’ mein Herz in Heidelberg verloren (Ho perso il mio cuore a Heidelberg). Il gruppetto italiano sghignazza irridente. Mentre penso all’ennesima occasione perduta di “un bel tacer”, mi ripropongo fermamente di leggere, al mio ritorno in Italia, Vai troppo spesso a Heidelberg, di Heinrich Böll.La lettura chiama altre letture, la ricerca altre ricerche, in questo caso dei quaderni sui quali, negli anni nei quali internet era ancora esclusivamente privilegio di esperti della difesa statunitense, appuntavo i frammenti delle mie “scoperte” più interessanti.
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Ricette del sottopiatto
38.
la baraccopoli del seme
è sempre un appunto aperto
un taccuino da acropoli
un polline da cantica dantesca
un permesso breve lasciato sulla tastiera
con un rancore di spirito
nel racconto sulla mensola a bagarre.
39.
questo nel frullo di un rompicapo
questo. il dado apolide del polipo
intorno al collo. la nuova calce
dopo la sezione del patologo.
enciclopedica la svolta nella cenere?
o reo confesso il libro d’esame?
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Niente
di Tuli Kupferberg
1) Lunedì niente
Martedì niente
Mercoledì e giovedì niente
Venerdì tanto per cambiare un altro po’ di niente
Sabato di nuovo niente
2) Domenica niente, ecc.
3) Montik garnisht
Dienstik garnisht
Mitwoch un Donershtik garnish
Fritik far a novena a garnisht Kigele
Shabbes weiter ganisht
Zuntik garnisht etc.
4) Lunes nada
Martes nada
Miercoles y jueves nada
Viernes por cambio un poco mas nada
Sabado otra vez nada
Domingo nada etc.
5) Gennaio eccetera
6) 1965 eccetera
7) A solo di componenti il gruppo
Suggerimenti: giornali
libri
posizioni sessuali
arti: bello scrivere
autori teatrali
pittori
politicanti
ecc. ecc.
Folli grida di nulla
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Il poeta
di Felice Muolo
Stringeva la canna da pesca in pugno e fissava i raggi del sole danzare sulla superficie del mare. L’acqua era limpida e poteva scorgere piccoli pesci muoversi pigramente attorno all’amo sommerso. Qualcuno di tanto in tanto abboccava e lo tirava su ma non gli importava di prenderli. Anzi, spesso si dispiaceva per la loro sorte e li riconsegnava al mare. Da ore sedeva solitario al margine della scogliera, disinteressandosi totalmente del tempo che passava. Probabilmente, com’era già successo, all’ora di pranzo, sua madre avrebbe mandato suo fratello a cercarlo, per riportarlo a casa. Nessuno avrebbe mai immaginato che tutto il suo interesse consisteva nella speranza di poter vedere emergere dalle acque una sirena e diventarne l’amante.
Prima di uscire dal portone della biblioteca, nascondeva il romanzo in prestito sotto il maglione. Tirando in dentro la pancia per nascondere il rigonfiamento, si avviava frettolosamente verso casa sua. Durante il tragitto, sperava di non incontrare nessuno che lo conoscesse. Se fosse successo, avrebbe dovuto giustificare il rigonfiamento e sicuramente sarebbe stato preso in giro per la sua mania di leggere. Lo canzonavano anche in famiglia, chiamandolo poeta o filosofo.
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Fumo
…
E arrivarono i briganti, sette neri briganti, e presero il sacco senza il vento e mi chiesero dov’era mai il vento che li cercava sempre e li chiamava dai monti. Non rispondevo perché la lingua dietro i denti non faceva più parole, ma bolle d’aria e loro pensarono foschi che avevo mangiato tanto vento e il vento ero io. Tolsero di tasca sette coltelli e i sette briganti brigarono per uccidermi e stavo contando i passi fino al cornicione per saltare quando un tuono aprì la notte in due e tornarono le correnti, il vento c’era di nuovo e loro dissero come un coro: “eccolo!” e si lanciarono sugli alberi a inseguirlo e le stelle mi ridevano dietro e anche le nuvole perché capivano che ero salvo e i miei sogni facevano patatum per svegliarmi e un sacco di carbone era giù in cucina e sarebbe uscito fumo dal camino. Nel fumo nascevano altre forme e in mezzo al cielo c’erano segnali che poi ripensavo in parole: c’era un alfabeto là in alto, una lavagna al contrario, chiara, dove con il nero fumo si scrivevano le cose.
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Ho atteso
Ho atteso di vederti nell’aurora
ma ti ho perduta perché tu non eri
un’ombra ma la stessa luce.
E non un segno a dire i tuoi contorni
di sapienza impossibile, inumana
che irretisce la trama dei ritorni.
E ti conduce via la brezza lieve
e io pesante al suolo come un sogno
dalle ali tarpate che si affanna
nel desiderio del momento breve.
Pesa sull’occhio che l’amore chiude
il solitario fuoco della tua condanna
e di un raggio di sole non ci illude,
delle attese sconfitte mia signora.
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L’ultimo viaggio di Sindbad
Parla scarno, Sindbad. Traghetta clandestini stipati sotto coperta. Le donne a bordo lo infastidiscono, e i morti li butta a mare. Viaggia ai giorni nostri, sotto satelliti che sono stelle cattive la cui luce è da evitare. Ma porta il nome del marinaio fantastico de Le mille e una notte. Non ha l’aria romantica di un capitano decaduto, che so uno che magari guidava navi di lusso e che per qualche mala ventura s’è trovato a trasportare disperati suo malgrado. Non saprebbe proprio usarla in altro modo, quella stiva, se non riempirla di corpi e miasmi. Però quando resta solo col nostromo racconta della donna che gli ha fatto perdere il viaggio di ritorno, racconta lo strazio nella voce e nello stomaco delle madri che nel primo Novecento gridavano il nome dei figli emigranti in mezzo al mare, racconta di quel che fa quando sbarca, quando prende il treno per farsi una volta trasportare, per farsi scivolare il mondo addosso, come onde da dietro un finestrino.
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Una poesia di Zen Daichi
I pensieri sorgono senza sosta,
Breve è la durata di ogni vita.
Cento anni, trentaseimila giorni:
La primavera passa, la farfalla sogna
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Provocazione in forma di apologo
Da anni, sui gradini della chiesa principale del quartiere “bene” per eccellenza della mia città, nei pressi della quale passo nei miei tragitti casa-ufficio e viceversa, vedo un barbone con la sua cagnetta, in mezzo, come accade in questi casi, ai loro pittoreschi “bagagli”; e spesso mi avvicino, come tanti altri, per una moneta e un saluto.
Pochi giorni prima di Ferragosto leggendo il giornale ho fatto due scoperte: che tra i nostri Vigili Urbani sono state create delle “Pattuglie Decoro”; e che una di queste è stata mandata a sgomberare la poco decorosa installazione; forse, ed è il forse del vostro solito malpensante che troppo sovente ci azzecca, con il recondito intento di far sloggiare anche i due.
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