Di chi ho paura?
Cerco come posso di mettere qualche distanza tra me e costui, ma questi si fa sotto, preme la sua fronte contro la mia e comincia a parlare,
con cantilenante voce da bambino dice qualcosa a proposito della scena dipinta sul soffitto.
Perché mai, fra tanti, solo lui aveva alzato lo sguardo?
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Condamnesia maudite
di giovanni campi
– Il nome! – fu chiesto esclamando al Signore.
– Un nome o tutti i nomi? – rispose domandando il signore. Il signore, condannato ad un’amnesia del proprio nome, se ne inventava altri. Legato ad una catena senza anello di congiunzione di tra l’uno e l’altro anello, pensava al tempo trascorso e a quello da trascorrere come eternità senza coeternità: ogni istante era tutti gli istanti e nessuno, ogni nome era tutti i nomi e nessuno, ogni lingua era tutte le lingue e nessuna. Ogni persona era tutte le persone e nessuna. Ecco, forse la singolarità era che non si trattava di singolarità ma di pluralità, e tuttavia scissa, a ché si perdessero per sempre le tracce di sé, come improvvide impronte improvvise su di un solido nulla, ed anzi a ché ciascuno non fosse che una traccia di nulla, come d’un passo che non lasci impronta, bianco inchiostro su di un bianco foglio, o nero su nero senza graffio alcuno, senza nulla da graffiare, né da scorticare.
– Metta nero su bianco: non mi racconti storie! – la voce del padre eterno diceva al signore. Come se si potessero raccontar storie senza metter nero su bianco, se pur d’una storia senza storie, o d’un racconto senza racconto.
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Un amico vero
Il dolore al braccio fu improvviso e lancinante. Aveva avuto uno strano presentimento la sera prima, una fitta dietro lo sterno gli aveva tolto il fiato per alcuni istanti. Sarà colpa dell’arrosto – aveva detto fra sé – sapevo che non l’avrei digerito. Poi il respiro era tornato regolare, lentamente era salito sulla mansarda che aveva in affitto nello stesso palazzo della trattoria, si era adagiato sul divano e aveva ricominciato a pensare al discorso che avrebbe pronunciato il giorno dopo… Ora però il senso di soffocamento era più intenso e prolungato, un dolore insopportabile gli opprimeva il petto, come una sorta di ragnatela si irradiò fino al collo.
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Tristezze della luna
Questa sera la luna sogna con più languore;
come una donna bella su cuscini svariati
che con la mano lieve e distratta accarezza
prima del sonno il dolce contorno dei suoi seni,
sopra il lucido dorso di valanghe di seta,
morente s’abbandona a lunghi smarrimenti,
e gira intanto gli occhi su visioni bianche
che nell’azzurro salgono, come sboccio di fiori.
Quando nel suo accidioso languore, qualche volta
lascia un’ascosa lacrima cadere sulla terra,
nemico del riposo, un pio poeta accoglie
nel cavo della mano quella pallida lacrima
iridescente al pari di un frammento d’opale,
e la cela agli sguardi del sole, nel suo cuore.
(Charles Baudelaire)
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Il difensore dei cani
estate
Il difensore dei cani
ha un mantello
invisibile di vento
per le strade di vapore.
E dice: “Non toccate
quella coda di quel cane”.
E con voce di burrasca
dice: “Giù le mani
da quell’occhio cavato
di canile”.
Tira di tasca e di fucile
verso gli uccisori dei cani
ogni estate bollente
di autostrada senza fine.
Anche ieri era alla tomba
del mio cane, che un male
della natura piegò sulla schiena
mia e sua, come di colpo
a strappare i riccioli bianchi
dalla meraviglia crudele della terra.
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Il nome
puoi parafrasare
questo comma
con agio sulfureo
ctonia meraviglia
crescere lievito
come un loto, fiore
che trafigge l’enigma
perché sia del nome
marca irredenta
perché sai il ritmo
di una sentenza
morte, il numero
dell’ora che rinviene
l’olocausto, tu sai
che il corpo è solo grafia
di questo arbitrio, testo
colmo dei nomi
dell’avvento, disturbo
della fede che
evacua dal confine
della carne un ossimoro
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Quello che noi diciamo mondo
quello che noi diciamo mondo,
e adesso per me è una nonna col nipote
seduta al balcone di fronte
di una casa verde pisello,
è come se perdesse luce e spazio e tempo
e si accartocciasse come una macchina
che sbanda e si capovolge nella mente.
tu attraversalo insieme a me
quello che noi diciamo mondo,
attraversiamolo lentamente,
guardiamo ogni paese e ogni persona
con clemenza.
sono come noi, sono spine
e frutti della terra.
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Intervista a Nicolai Lilin
Da dove nasce l’idea di scrivere questo romanzo?
Sono arrivato in Italia e ho capito che facevo parte di una comunità della quale nessuno sa niente e si interessa. Nessuno sa cosa accade in Transnistria, nessuno sa cosa succede in quella terra. Conoscendo le problematiche della mia patria, il mancato rispetto dei diritti umani, la corruzione politica e lo sfruttamento geopolitico, sentivo il forte bisogno di attirare l’attenzione su questo luogo. Non volevo però farlo direttamente: per questo ho scritto un romanzo “forte”.
Ritengo più onesto lasciare che la gente scopra tutto da sola. In poche parole il mio romanzo può essere visto anche come un’esca per attirare l’attenzione verso le problematiche attuali della mia terra.
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Alex
… Avevo avuto altre storie con altri personaggi, Rigoberto, Oreste, Giada, Rosario, e una Monica dalla faccia lunare e il corpo da anoressica aperto a pietà, ma con te mi illudevo fosse una cosa speciale. Avevo provato prima con un racconto breve, una mezza dozzina di cartelle, una storia di giovani che trascinavano nell’infinito perimetro urbano la loro disperazione rabbiosa di animali votati al Male, e ci eri entrato alla grande, ti eri trovato subito a tuo agio con quel gergo che pareva fosse tuo da sempre e gli assurdi capelli a spazzola, tinti di biondo e di rosso come una parrucca, che avevo scovato per te nella bottega da rigattiere del mio cuore assieme all’orecchino infilato non senza dolore nel capezzolo del tuo petto. Così mi incoraggiasti a strapparti da un destino di gregario, a costruire attorno a te un sogno insensato e puro, a mormorarti l’abc dell’eroe tenebroso prima di consegnare ogni pagina all’avidità luminosa della tua bocca, modellarla sul riflesso d’alabastro dei tuoi occhi, renderla alla verità dei tuoi fremiti e al lampo ferino dei tuoi denti, raccoglierla nello spazio astrale delle tue unghie bugiarde, offrirla all’indulto dei tuoi polpacci dove schiumava un sangue insaziabile e denso, dissiparla nella foga dei tuoi fianchi vigorosi e ricomporla con audacia nell’ordito passionale delle tue dita sottili da ladro. ….
Roberto Bugliani
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Nulla è dovuto
…. Al fianco della strada batte ancora per poco il cuore, lento, i battiti sempre più distanti uno dall’altro…nessuno si accorge di lui, ma lui si accorge di tutti, dei bambini, delle loro mamme, dei barboni, degli uomini in giacca e cravatta, e ride, ride perché siamo ridicoli, siamo pagliacci, non siamo nessuno, noi, con i nostri problemi, le nostre paranoie, le nostre speranze, guardando il sole sopra di noi vorrebbe dircelo, vorrebbe ricordarci che la vita è una, che lui, la sua l’ha già sprecata, ma questo non deve essere il destino di tutti, un battito, si concentra sui lenti battiti del suo cuore… si guarda in giro, è difficile morire in una giornata di primavera, quando i passeri cinguettano e il sole gioca con le nuvole, i fiori si schiudono davanti a tanta bellezza mentre un cuore, sta perdendo la sua ultima battaglia, una lotta per non dover abbandonare la vita in un giorno di primavera. ….
Johanna Combi
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