Selma Meerbaum-Eisinger
Tardo pomeriggio
Lunghe ombre cadono sul sentiero chiaro
e il sole manda il suo calore d’addio
e il magro cinguettio di un uccello è come un rumore
che sembra rubare un poco di silenzio.
Gli uomini a dieci passi di distanza
sembrano venire da altri mondi
e quasi si vorrebbe sgridare le foglie secche,
perché il loro fruscio disturba gli ultimi raggi di sole.
E si vorrebbe solo sentir crescere le viole
da “Il quadrifoglio tedesco”
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Mare verticale
Incanta l’onda, irretisce
gli sguardi prima che il sole
declini
a Occidente, rosso come sipario:
mare
mosso e mai stanco
mare madre e mare vulcano
mano di Dio, e Dio nella mano.
Lontananze, madre,
ne ho attraversate,
e teneri addii, pallidi
arrivederci,
mesti ritorni,
perdite, mancanze,
ironiche attese
sparsi giorni tinti di ricordi,
mancavano i tuoi,
mancano anche oggi
quel che eri, quel che sei
il nastro di organza,
il ditale, la spilla.
da “Le finestre verdi” di Fabrizio Falconi
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L’arte di Bacon
L’arte è violenza, i gusti sono gusti
e colori freddi, i primari della vita, della morte
fienile sparso di amara pioggia,
laboratorio di immagini, crudo a sangue
di vita a ferita, abrasa, e atmosfere caotiche.
Senza interpretazioni, ognuno dica la sua,
ognuno veda quel che vuole vedere.
Tutto sembra crudele perchè la realtà
è crudele, non c’è scampo, il leone
è ferito e ancor di più azzanna, senza posa.
E così, l’uomo, lasciato con la disperazione
che si abbassa e si spande sulla tela
-l’ingrediente d’ogni colore e forma-
si voltola nella fuga dal mondo, diventa
cerchio magico, di fuoco, che ravviva e vivifica
su segni di morte e sofferenza.
Da ogni taglio viene fuori ciò che ci vive
come dal taglio della donna, al parto,
fuoriesce il neonato, condannato.
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Saffo
Il nostro Adone è morto.
CHI si colpisce il petto
forte e voi tagliate
la veste – come amore
ferisce come sempre
amore come e il vento
è questo, sulle querce…
e sopra il monte. contro
l’amore io cado: e
il nostro caro, Adone è morto.
traduzione di Massimo Sannelli
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Madri
Nelle rose e nel maggio ricadiamo, madri,
dopo che i punteruoli hanno spronato
i muli verso argini montani,
dopo che uno stiletto ha penetrato
un costato d’agnella.
Per esserci, noi siamo, nel senza
delle urbane movenze, e non osiamo
salire trascendere negare.
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Mele Rosse
Sulla soglia del titolo, Luigi Manzi (poeta che da sempre interpella la funzione vitale della scrittura, “il più bravo fra noi”, dice Elia Malagò, alludendo ai giovani di Quinta Generazione), invita alla sua poesia sul filo di una suggestione cromatica e corposa, quasi a rincorrere dei frutti rotolanti, scivolati dalle pagine di una delle sue prime opere:
Una donna solitaria sale sopra l’erta / col suo cesto di mele in cima al capo. (da Malusanza, Una strana luce)
Sono mele-versi che, nelle interne sezioni della raccolta, scendono da Colline e Alture, forse da Astri; conoscono i Fuorivia, fra l’Afa e il Salto, fra pause e scarti, fra guizzi e ombre, prima di giungere In vista del mare.
E non si tratta di un viaggio di superficie.
La poesia, fedele alla fibra/ erratica del cuore, è un andare a sentire e a toccare, un lasciarsi calare nelle cose, che diventano stazioni di sosta e di osservazione:
Percorro la linea, mi fermo / in ciascun nodo, finchè trovo / lo spiraglio.
E’ un sondare tutte le direzioni, tutte le intermittenze del buio e della luce (Scrivo del sereno e del notturno), cogliendole dall’esterno e ascoltandole dall’interno, sulla muriccia dell’io profondo:
…Ascolto dal centro / e, lungo il sentiero, punto dopo punto, / discendo facile e leggero.
… di Zena Roncada
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Oboe sommerso
Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.
Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;
In me si fa sera:
l’acqua tramonta
sulle mie mani erbose.
Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,
e i giorni una maceria.
La mia giornata paziente
La mia giornata paziente
a te consegno, Signore,
non sanata infermità,
i ginocchi spaccati dalla noia.
M’abbandono, m’abbandono:
ululo di primavera,
è una foresta
nata nei miei occhi di terra.
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Appunti sparsi e persi
Volere Dio
immaginario
inventario.
*
e il suo
seno è cruciale
senza piedi sulla statua
*
la vita è breve
grave il ritardo
*
torna il sapere
meticoloso a ingannarmi
nella troppa fede nel
ferro d’un quieto eroismo: la vita
indefessa e panica
storcendo la bocca stenta
come il cane annoiato al sole.
*
l’esteso perdono che è la mia colpa
*
esistenza da sottobosco
scelta accettabile
*
io responsabile del tuo amore
pudori rubati alla plebe
nel caldo divampare della sonnolenza
un automatismo ci consigliò
*
la linea gotica del tuo sentimento
*
Vero nell’insieme il tuo miracolare
perfino le persiane
la luce nel suo angolo
libertino
sottende una morte non benigna.
*
Sembrare agli altri
se stessi
sembrare se stessi
le piccole ferite sono le peggiori
mutare questo che
separa la esistenza
finché in puro amore navigo
cordoglio che tutto finge di amare
pur essendo (rabbrividendo) una essenza
la travagliata esperienza.
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L’arte di Bacon
L’arte è violenza, i gusti sono gusti
e colori freddi, i primari della vita, della morte
fienile sparso di amara pioggia,
laboratorio di immagini, crudo a sangue
di vita a ferita, abrasa, e atmosfere caotiche.
Senza interpretazioni, ognuno dica la sua,
ognuno veda quel che vuole vedere.
Tutto sembra crudele perchè la realtà
è crudele, non c’è scampo, il leone
è ferito e ancor di più azzanna, senza posa.
E così, l’uomo, lasciato con la disperazione
che si abbassa e si spande sulla tela
-l’ingrediente d’ogni colore e forma-
si voltola nella fuga dal mondo, diventa
cerchio magico, di fuoco, che ravviva e vivifica
su segni di morte e sofferenza.
Da ogni taglio viene fuori ciò che ci vive
come dal taglio della donna, al parto,
fuoriesce il neonato, condannato.
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Sul gorgo
Sul gorgo violento della psiche
dove nacquero le religioni
dove il borghese recita il suo gelo e il povero il suo stupro
si affacciano gli animali.
La possibilità totemica suona forte
i mali e la morte cauterizzati
nelle pupille a fessura preverbali
nei morsi insalivati di veleno.
Anche loro come noi sono nati
in pura vita solo amore, terrore e sonno
le maschere di pelo stupefacente
la loro dolce ferocia di tutto e niente.
Ormai si sa che io sto all’alba in cucina
ragazza vecchia che si attacca al caffè:
né sentimenti né pensieri per me
solo poesia solitaria umana e sciamana.
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