Una poesia di Demetrio Paolin
Le briciole, le lasci ai passeri,
ma la sera non scuoti fuori la tovaglia
che l’angelo della notte se ne muore.
Passeranno inverni interi
a fare gesti, questi, controvoglia
sperando che la pazienza sia amore.
Ci stupiremo, poi, che ogni cosa vada
diritta come un filo a piombo del muro,
sorridendo all’ansia di un futuro
scontato, ma c’è una sola strada
per quanto malconcia, questa
e per quanto sia disonesta è la sola
da fare, con il nodo in gola e la funesta
idea di sopravvivere a quella “cosa”
che qualcuno si ostina a chiamare vita.
”Che fai ora, tu, mi guardi stupita?”
volevo scriverti un manuale
per le disposizioni domestiche,
ma la parola mi incespica
come una rima che non so fare.
È già strano abitare in una casa
da soli, ma quando in silenzio siedo
di notte (è purissima) e ti vedo
nel sonno come l’unica: “Sei casa -
mi dico – sì, dimora è questo corpo”.
Casa è l’abitarti dentro per molto.
Ora ti svegli come fanno i piccioni,
sai che non so stirare la camicia, quella
proprio, l’azzurra, e neppure la maglia bella
e sai che non me la cavo con i pantaloni…
Eppure mi sorridi e mi lasci stupito,
che questo sia la bellezza, il tutto, l’infinito?